A seguito dei recenti disordini in Tunisia, e delle successive ripercussioni sull’area del Mediterraneo, Confindustria Roma ha organizzato, il 1° febbraio scorso, un incontro con il sistema associativo al fine di tracciare un quadro sull’impatto dell’attuale situazione sul Sistema Italia.
L’evento ha visto la partecipazione del Ministero degli Affari Esteri, dell’ICE, dell’ABI e della SACE per analizzare i rischi e le prospettive per il futuro che la situazione tunisina prospetta nel breve e nel medio periodo per le nostre imprese.

All'incontro hanno partecipato anche l’Ambasciatore tunisino a Roma, Habib Achour, e il Delegato Generale della FIPA Tunisie (Foreign Investment Promotion Agency), Hechmi Chatmen.

Di seguito alcune riflessioni emerse durante l’incontro:
  • l'agenzia di rating finanziario Moody's ha ridotto il rating della Tunisia da Baa2 a Baa3 con outlook negativo, in ragione delle incertezze economiche e politiche che pesano sul Paese dopo i disordini. Le condizioni di assicurabilità SACE non sono mutate, così come la categoria di rischio (M1) nella quale è inserita la Tunisia, ma l’outlook è passato da positivo a negativo. L’OCSE ha confermato in questi giorni la categoria di rischio 3 (da 0 a 7, ove 0 rappresenta il rischio minore e 7 il rischio massimo), manifestando fiducia per una rapida soluzione della situazione attuale.
  • La rivolta popolare, che ha spinto alla fuga il presidente Ben Ali (v. in allegato il provvedimento comunitario di blocco dei beni e delle risorse finanziarie disposto contro l'ex presidente e sua moglie) e i successivi disordini, hanno provocato perdite all'economia del Paese per 3 miliardi di dinari (circa 1,6 miliardi di euro), circa il 4% del Pil totale del Paese, che nel 2010 ha sfiorato i 40 miliardi di euro.
  • Questa situazione preoccupa un paese come l’Italia, che rappresenta il secondo partner commerciale della Tunisia, con una quota di mercato pari al 21% sul totale dell’export del Paese e pari al 16,4% sull’import. Siamo inoltre il secondo paese per presenza di aziende sul territorio, con le nostre 700 imprese che occupano oltre 55.000 addetti (al primo posto la Francia con 1.250 aziende ed al terzo la Germania con 267).
  • La Farnesina informa che i danni subiti dalle nostre aziende sono limitati: risulta infatti che solo 10 siano state colpite dai disordini con furti o atti vandalici. Si segnala inoltre che il Governo tunisino ha intenzione di varare un fondo per risarcire i danni provocati dagli scontri dei giorni scorsi.
  • Il confronto con gli imprenditori e con le istituzioni che hanno sperimentato in prima persona quanto accaduto nell’ultimo mese in Tunisia, traccia però un quadro meno cupo di quello che emerge dalla lettura dei giornali. Le difficoltà sperimentate riguardano più la complessità di spostarsi in un regime di coprifuoco, la riduzione degli ordini dall’estero e rallentamenti alle dogane. L’Ambasciatore Achour conferma che nelle ultime due settimane il 90% delle attività economiche è tornato alla normalità.
  • È dunque prevedibile che la situazione economica sia destinata ad una normalizzazione più rapida rispetto a quella politica: molte aziende nostre associate testimoniano già una ripresa delle attività. A quest’ultima contribuiranno l’immutato quadro normativo e gli incentivi che organizzazioni internazionali metteranno in atto nel breve e nel medio periodo: la scorsa settimana la BEI ha annunciato una imminente visita a Tunisi per definire un piano d’azione volto a mobilitare gli investimenti in vari settori - soprattutto nelle infrastrutture, nel settore bancario e nell’energia.
  • Alcuni comparti risentiranno più di altri della situazione attuale (es. turismo) con conseguenti ripercussioni sulla disoccupazione – uno dei fattori che ha pesantemente influenzato l’innesco degli scontri nel paese. È però prevedibile che al fine di creare nuovi posti di lavoro e garantire un migliore livello occupazionale, il nuovo Governo incoraggi ancor più la presenza di imprese estere sul territorio (attualmente infatti, le oltre 3000 aziende straniere costituiscono il 25% dell’occupazione tunisina). Questo elemento, insieme alle prevedibili liberalizzazioni, potrebbe offrire - nel breve periodo - opportunità di investimento in settori prima riservati alle aziende legate alla famiglia Ben Ali, come i trasporti, i media, la distribuzione, la telefonia, l’immobiliare ed il settore bancario.
  • In virtù del nostro legame con il Paese e degli importanti interessi economici che ci legano abbiamo dunque un interesse fondamentale a promuovere una rapida normalizzazione della situazione. Questo anche perché sul futuro della Tunisia si giocano diverse partite cruciali per la stabilità complessiva dell’area mediterranea. Su tutte, i rischi di contagio e la minaccia che il mix di tensione e improvvisa apertura lasci spazio all’estremismo islamico.
  • Da segnalare che una situazione simile a quella di Tunisia ed Egitto si riscontra, per motivi diversi, in Libia e Algeria, dove l'accentramento del potere è paragonabile a quello sperimentato dai primi due Paesi. Diverso il caso di Giordania, Marocco e Arabia Saudita, dove i regimi al potere godono di maggiore legittimità e possono contare su una base di consenso più ampia.

Alleghiamo i documenti presentati da ABI, SACE ed Assafrica & Mediterraneo durante il seminario.


Sace_TUNISIAx.pdfABI_Tunisia.pdfAssafrica-Tunisia.pdf2011-72-Decisione misure restrittive.pdf